Dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità misurabile: cosa cambia davvero nei progetti di oggi

Negli ultimi anni la parola sostenibilità è entrata con forza nel linguaggio dell’architettura e dell’edilizia. È diventata una presenza fissa nei bandi, nei rendering, nei dossier di progetto e nelle comunicazioni commerciali. Tutto, o quasi, viene ormai definito “green”, “eco”, “sostenibile”. Eppure, mai come oggi, è legittimo chiedersi se a questa diffusione terminologica corrisponda una reale evoluzione nel modo di progettare e costruire. Il rischio più evidente è quello di una sostenibilità dichiarata, più raccontata che praticata. Un approccio che si concentra su singoli elementi – un materiale certificato, un impianto ad alta efficienza, un tetto verde – senza una reale visione d’insieme. In questi casi la sostenibilità diventa un’etichetta, utile dal punto di vista del marketing, ma spesso incapace di incidere davvero sulle prestazioni dell’edificio e sulla qualità dell’abitare. La progettazione consapevole, al contrario, parte da una domanda più scomoda ma necessaria: quali sono gli effetti reali delle scelte progettuali nel tempo? Non solo in termini energetici, ma anche economici, manutentivi, ambientali e sociali. Un edificio realmente sostenibile è quello che funziona bene oggi, ma continua a funzionare anche domani, senza richiedere interventi continui, costi imprevisti o soluzioni tampone. Parlare di sostenibilità misurabile significa accettare che non tutte le soluzioni “green” sono automaticamente virtuose. Alcune comportano costi iniziali elevati che non sempre trovano un ritorno reale nel ciclo di vita dell’edificio. Altre richiedono una gestione complessa, che spesso viene sottovalutata in fase di progetto. Esistono poi scelte tecnologiche che funzionano sulla carta, ma che nella pratica si rivelano inadatte al contesto climatico, all’uso reale degli spazi o alle competenze di chi dovrà gestirle. Queste sono le verità scomode della sostenibilità, quelle di cui si parla poco perché non si prestano a slogan. Ma sono proprio queste a fare la differenza tra un progetto coerente e uno solo apparentemente virtuoso. La sostenibilità non è mai una somma di soluzioni standard, ma il risultato di un equilibrio delicato tra prestazioni, costi, durabilità e semplicità d’uso. In questo scenario il ruolo del progettista è centrale. Non come semplice esecutore di richieste o come traduttore di mode del momento, ma come figura in grado di guidare il committente verso scelte consapevoli. Spesso chi investe in un edificio chiede “il massimo livello di sostenibilità” senza avere piena consapevolezza delle implicazioni tecniche ed economiche di questa richiesta. È compito del progettista spiegare, chiarire, mettere a confronto alternative, anche quando questo significa ridimensionare aspettative o andare contro soluzioni apparentemente più attraenti. Uno degli errori più comuni nei progetti definiti “eco” è proprio l’assenza di una gerarchia nelle scelte. Si investe molto in tecnologie avanzate, trascurando aspetti fondamentali come l’orientamento, la forma dell’edificio, la qualità dell’involucro o la flessibilità degli spazi. Si punta sull’impianto, quando la vera sostenibilità nasce spesso da scelte progettuali semplici, fatte nelle prime fasi del progetto e difficilmente correggibili in seguito. Un altro errore frequente è confondere la sostenibilità con la certificazione. Le certificazioni sono strumenti utili, ma non possono sostituire il progetto. Rispettare un protocollo non garantisce automaticamente la qualità complessiva di un edificio, così come un edificio di qualità può non essere certificato ma funzionare meglio, consumare meno e durare di più nel tempo. Oggi più che mai la sostenibilità richiede un cambio di paradigma. Non basta più dimostrare di aver adottato soluzioni “verdi”, serve dimostrare che queste soluzioni hanno senso, sono coerenti con il contesto e producono benefici reali e misurabili. Questo vale per il singolo edificio, ma anche per la scala urbana, dove le scelte progettuali incidono sulla mobilità, sul microclima, sull’uso degli spazi pubblici e sulla vita quotidiana delle persone. Personalmente, ritengo che la vera sostenibilità non sia quella che si racconta meglio, ma quella che resiste nel tempo. È una sostenibilità silenziosa, spesso poco spettacolare, che nasce da decisioni progettuali responsabili e da un dialogo onesto tra progettista e committente. Solo superando la logica dello slogan e tornando a misurare gli effetti reali delle nostre scelte, il progetto può tornare a essere uno strumento credibile di trasformazione sostenibile.
Arch. Ing. Antonio D’Onofrio