Category: Ristrutturazione

La città come sistema complesso: smart city, rigenerazione urbana e resilienza climatica

La città contemporanea è il risultato di una stratificazione complessa di infrastrutture, edifici, reti e relazioni sociali che nel tempo hanno risposto a esigenze economiche, produttive e culturali spesso molto diverse da quelle attuali. Oggi, tuttavia, il modello urbano tradizionale mostra evidenti limiti: crescita incontrollata, consumo di suolo, congestione, disuguaglianze spaziali e una crescente vulnerabilità ai cambiamenti climatici. In questo contesto, urbanistica, architettura e ingegneria sono chiamate a operare in modo integrato per ripensare la città come sistema intelligente, resiliente e capace di rigenerarsi. Il concetto di smart city si inserisce in questo scenario non come semplice applicazione tecnologica, ma come paradigma che mette in relazione progettazione dello spazio fisico, infrastrutture e gestione dei dati. Mobilità, energia e informazione diventano elementi strutturali del progetto urbano. La mobilità, in particolare, rappresenta uno dei nodi principali: la progettazione di reti di trasporto pubblico efficienti, l’integrazione della mobilità dolce e la riduzione della dipendenza dall’auto privata richiedono scelte spaziali precise, che coinvolgono sezioni stradali, densità edilizia, distribuzione delle funzioni e qualità degli spazi pubblici. In questo ambito, l’ingegneria fornisce strumenti di analisi, simulazione e ottimizzazione, mentre l’architettura traduce tali dati in spazi fruibili, riconoscibili e inclusivi. Analogamente, la gestione dell’energia nelle città intelligenti non può prescindere dal progetto architettonico e urbanistico. Quartieri a basso consumo o a energia positiva nascono dall’integrazione tra orientamento degli edifici, forma urbana, materiali, impianti e reti intelligenti. La scala urbana diventa fondamentale per superare la logica del singolo edificio e ragionare in termini di sistemi energetici condivisi, dove produzione, accumulo e consumo dialogano attraverso infrastrutture digitali. I dati raccolti tramite sensori e piattaforme digitali permettono di monitorare le prestazioni urbane, migliorare la gestione dei servizi e, potenzialmente, aumentare la qualità della vita dei cittadini, purché tali strumenti siano guidati da una visione progettuale e non da un approccio puramente tecnico. Accanto al tema della città intelligente, la rigenerazione urbana rappresenta una delle strategie più efficaci per rispondere alle sfide contemporanee senza ricorrere a ulteriore consumo di suolo. Il recupero delle aree industriali dismesse, spesso collocate in posizioni strategiche all’interno del tessuto urbano, consente di trasformare spazi obsoleti in nuove polarità urbane. Il riuso adattivo non è soltanto un’operazione di recupero edilizio, ma un processo complesso che coinvolge aspetti strutturali, ambientali, funzionali e sociali. Dal punto di vista ingegneristico, il progetto si confronta con l’analisi dell’esistente, l’adeguamento sismico, la compatibilità dei nuovi carichi e l’efficientamento energetico; dal punto di vista architettonico, il riuso diventa occasione per reinterpretare l’identità dei luoghi, introdurre nuove funzioni e creare spazi flessibili capaci di evolvere nel tempo. La rigenerazione urbana assume inoltre un valore strategico nella costruzione di città più eque e resilienti, soprattutto quando è accompagnata da politiche di mix funzionale e inclusione sociale. Intervenire su aree dismesse significa ricucire parti di città frammentate, migliorare l’accessibilità ai servizi e restituire spazio pubblico di qualità. In questo senso, architettura e ingegneria operano come discipline complementari: la prima costruisce significato e relazione, la seconda garantisce sicurezza, prestazioni e durabilità. La resilienza urbana è oggi una condizione imprescindibile. I cambiamenti climatici stanno aumentando la frequenza e l’intensità di eventi estremi, mettendo in crisi infrastrutture e insediamenti progettati secondo criteri ormai superati. La gestione delle acque meteoriche, ad esempio, richiede un ripensamento radicale dello spazio urbano, introducendo sistemi di drenaggio sostenibile, superfici permeabili e bacini di laminazione integrati nel progetto architettonico e paesaggistico. Allo stesso modo, il contrasto alle isole di calore urbane passa attraverso scelte morfologiche e materiche, l’incremento del verde urbano e una maggiore attenzione alla ventilazione naturale. Le infrastrutture verdi e blu non sono semplici elementi decorativi, ma veri e propri dispositivi urbani capaci di migliorare il microclima, la biodiversità e il benessere psicofisico degli abitanti. La loro efficacia dipende dalla capacità di essere integrate nel disegno complessivo della città, superando la frammentazione degli interventi puntuali. Anche in questo caso, l’approccio interdisciplinare risulta fondamentale: l’ingegneria ambientale e idraulica dialoga con l’architettura del paesaggio e con l’urbanistica per costruire sistemi continui e resilienti. Come professionista, ritengo che la sfida principale non risieda nella mancanza di strumenti tecnici o tecnologici, ma nella capacità di costruire una visione unitaria della città. Smart city, rigenerazione urbana e resilienza climatica non dovrebbero essere temi separati, ma parti di un unico progetto culturale e spaziale. L’architettura ha il compito di dare forma a questa visione, trasformando dati, normative e infrastrutture in luoghi capaci di generare identità, relazione e senso di appartenenza. In un’epoca di transizione ecologica e digitale, il ruolo dell’architetto non è quello di opporsi alla tecnologia, ma di governarla criticamente, mettendo al centro l’uomo, lo spazio e il tempo lungo della città. Solo attraverso una collaborazione autentica con l’ingegneria e le altre discipline sarà possibile progettare città non solo più efficienti, ma anche più giuste, vivibili e capaci di adattarsi al futuro.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

Dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità misurabile: cosa cambia davvero nei progetti di oggi

Negli ultimi anni la parola sostenibilità è entrata con forza nel linguaggio dell’architettura e dell’edilizia. È diventata una presenza fissa nei bandi, nei rendering, nei dossier di progetto e nelle comunicazioni commerciali. Tutto, o quasi, viene ormai definito “green”, “eco”, “sostenibile”. Eppure, mai come oggi, è legittimo chiedersi se a questa diffusione terminologica corrisponda una reale evoluzione nel modo di progettare e costruire. Il rischio più evidente è quello di una sostenibilità dichiarata, più raccontata che praticata. Un approccio che si concentra su singoli elementi – un materiale certificato, un impianto ad alta efficienza, un tetto verde – senza una reale visione d’insieme. In questi casi la sostenibilità diventa un’etichetta, utile dal punto di vista del marketing, ma spesso incapace di incidere davvero sulle prestazioni dell’edificio e sulla qualità dell’abitare. La progettazione consapevole, al contrario, parte da una domanda più scomoda ma necessaria: quali sono gli effetti reali delle scelte progettuali nel tempo? Non solo in termini energetici, ma anche economici, manutentivi, ambientali e sociali. Un edificio realmente sostenibile è quello che funziona bene oggi, ma continua a funzionare anche domani, senza richiedere interventi continui, costi imprevisti o soluzioni tampone. Parlare di sostenibilità misurabile significa accettare che non tutte le soluzioni “green” sono automaticamente virtuose. Alcune comportano costi iniziali elevati che non sempre trovano un ritorno reale nel ciclo di vita dell’edificio. Altre richiedono una gestione complessa, che spesso viene sottovalutata in fase di progetto. Esistono poi scelte tecnologiche che funzionano sulla carta, ma che nella pratica si rivelano inadatte al contesto climatico, all’uso reale degli spazi o alle competenze di chi dovrà gestirle. Queste sono le verità scomode della sostenibilità, quelle di cui si parla poco perché non si prestano a slogan. Ma sono proprio queste a fare la differenza tra un progetto coerente e uno solo apparentemente virtuoso. La sostenibilità non è mai una somma di soluzioni standard, ma il risultato di un equilibrio delicato tra prestazioni, costi, durabilità e semplicità d’uso. In questo scenario il ruolo del progettista è centrale. Non come semplice esecutore di richieste o come traduttore di mode del momento, ma come figura in grado di guidare il committente verso scelte consapevoli. Spesso chi investe in un edificio chiede “il massimo livello di sostenibilità” senza avere piena consapevolezza delle implicazioni tecniche ed economiche di questa richiesta. È compito del progettista spiegare, chiarire, mettere a confronto alternative, anche quando questo significa ridimensionare aspettative o andare contro soluzioni apparentemente più attraenti. Uno degli errori più comuni nei progetti definiti “eco” è proprio l’assenza di una gerarchia nelle scelte. Si investe molto in tecnologie avanzate, trascurando aspetti fondamentali come l’orientamento, la forma dell’edificio, la qualità dell’involucro o la flessibilità degli spazi. Si punta sull’impianto, quando la vera sostenibilità nasce spesso da scelte progettuali semplici, fatte nelle prime fasi del progetto e difficilmente correggibili in seguito. Un altro errore frequente è confondere la sostenibilità con la certificazione. Le certificazioni sono strumenti utili, ma non possono sostituire il progetto. Rispettare un protocollo non garantisce automaticamente la qualità complessiva di un edificio, così come un edificio di qualità può non essere certificato ma funzionare meglio, consumare meno e durare di più nel tempo. Oggi più che mai la sostenibilità richiede un cambio di paradigma. Non basta più dimostrare di aver adottato soluzioni “verdi”, serve dimostrare che queste soluzioni hanno senso, sono coerenti con il contesto e producono benefici reali e misurabili. Questo vale per il singolo edificio, ma anche per la scala urbana, dove le scelte progettuali incidono sulla mobilità, sul microclima, sull’uso degli spazi pubblici e sulla vita quotidiana delle persone. Personalmente, ritengo che la vera sostenibilità non sia quella che si racconta meglio, ma quella che resiste nel tempo. È una sostenibilità silenziosa, spesso poco spettacolare, che nasce da decisioni progettuali responsabili e da un dialogo onesto tra progettista e committente. Solo superando la logica dello slogan e tornando a misurare gli effetti reali delle nostre scelte, il progetto può tornare a essere uno strumento credibile di trasformazione sostenibile.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

Apertura di vani nelle murature portanti: procedure, normative e buone pratiche

L’apertura di un vano di passaggio all’interno di una muratura portante rappresenta uno degli interventi più delicati nella trasformazione di un edificio esistente. A differenza di una semplice demolizione o modifica distributiva, questo tipo di operazione incide direttamente sull’equilibrio statico della costruzione, perché coinvolge quegli elementi che hanno la funzione primaria di sostenere carichi verticali e contribuire alla risposta sismica del fabbricato. Per questa ragione, ogni intervento deve essere affrontato con un approccio rigoroso, che parte dalla conoscenza approfondita dell’esistente e si sviluppa attraverso una progettazione attenta e un’esecuzione controllata. Il processo inizia sempre con una fase di analisi e di indagine conoscitiva. Comprendere la natura della muratura – che può essere in pietrame irregolare, in laterizio pieno, in blocchi o mista – è fondamentale per capire come reagirà all’apertura. Le caratteristiche meccaniche, lo stato di conservazione, la presenza di vuoti, di fessurazioni o di precedenti consolidamenti influenzano in modo determinante le soluzioni progettuali. Allo stesso modo è essenziale conoscere la distribuzione dei carichi sovrastanti, la geometria dei solai e gli eventuali vincoli imposti dall’edificio, soprattutto se si tratta di un contesto storico o vincolato. Questa fase può richiedere semplici verifiche visive o, nei casi più complessi, prove diagnostiche come martinetti piatti, endoscopie o analisi soniche. Sulla base delle informazioni raccolte, il progettista procede alla definizione dell’intervento. La progettazione strutturale non si limita a disegnare una nuova apertura, ma deve restituire al sistema murario la continuità e la capacità portante che l’apertura inevitabilmente altera. È per questo che nel progetto compaiono architravi, cerchiature metalliche o in cemento armato, rinforzi locali o materiali compositi, che vengono dimensionati per garantire il corretto trasferimento dei carichi e un comportamento coerente con le Norme Tecniche per le Costruzioni. La posizione dell’apertura, le sue dimensioni e la distanza dagli spigoli o da altre aperture non sono aspetti puramente architettonici: incidono sul quadro statico e devono essere valutati con consapevolezza. Accanto agli aspetti tecnici, si inseriscono quelli autorizzativi. L’intervento ricade sempre nell’ambito delle opere strutturali e richiede quindi la presentazione di una pratica edilizia adeguata, nella maggior parte dei casi una SCIA accompagnata dal deposito al Genio Civile della documentazione progettuale. Se l’edificio è soggetto a vincolo, è indispensabile il confronto con la Soprintendenza. Si tratta di passaggi che non aggiungono burocrazia fine a sé stessa, ma che garantiscono il controllo pubblico di operazioni che incidono sulla sicurezza delle persone. La fase esecutiva richiede la stessa attenzione del progetto. Prima di procedere alla demolizione è necessario mettere in sicurezza l’area, installare puntelli e telai di contrasto e predisporre la cerchiatura o l’architrave secondo le modalità previste. La demolizione non è mai brutale: deve essere graduale, dall’alto verso il basso, evitando vibrazioni, colpi eccessivi o rimozioni improvvise che potrebbero comprometterne la stabilità. Una buona esecuzione assicura non solo la sicurezza durante i lavori, ma anche un risultato finale più pulito e stabile. Dopo aver eseguito le tracce interne e successivamente all’inserimento della trave superiore, inferiore e degli angolari verticali, si procede nello stesso modo dall’altro lato della muratura. Effettuate delle demolizioni parziali, si procede con il collegamento tra le  cerchiature. Soltanto dopo aver ricollegato strutturalmente il telaio interno con quello esterno, sarà possibile demolire l’intero vano. Il tutto si conclude con la certificazione di regolare esecuzione e, se necessario, con l’aggiornamento catastale. Intervenire su una muratura portante è un gesto tecnico che deve essere affrontato con rispetto: rispetto per il materiale, per la storia costruttiva dell’edificio e, soprattutto, per la sicurezza di chi lo abita. L’esperienza dimostra che non esistono due murature uguali né due interventi identici: ogni caso è un equilibrio fra vincoli strutturali, esigenze architettoniche e responsabilità professionali. Come tecnico, considero sempre questo tipo di intervento non solo un’opportunità per migliorare la funzionalità degli spazi, ma anche un atto di cura nei confronti dell’edificio. Aprire un vano significa trasformare, ma farlo correttamente significa garantire continuità, sicurezza e qualità. È questo il valore che dobbiamo portare nel nostro lavoro: intervenire dove necessario, ma sempre con la consapevolezza che ogni scelta si traduce in responsabilità concreta per il futuro dell’opera e per chi la vivrà.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

Gli spazi del Natale: come l’architettura dà forma alle nostre feste

Ogni anno, quando ci avviciniamo al Natale, gli spazi che abitiamo iniziano a trasformarsi senza che quasi ce ne accorgiamo. Le case si riempiono di luci calde, di piccoli oggetti che tirati fuori da una scatola sembrano subito evocare ricordi, mentre le città cambiano ritmo e aspetto. È curioso pensare a quanto l’architettura – la nostra architettura quotidiana – abbia un ruolo così forte nel definire il modo in cui viviamo queste settimane. La casa, in particolare, diventa una sorta di teatro delle emozioni familiari: l’albero che trova il suo posto ideale vicino a una finestra, le sedie aggiunte alla rinfusa attorno alla tavola, le luci che diventano più morbide, quasi a voler dire “fermati un po’”. Non sono gesti casuali. Sono scelte spaziali, architettoniche, anche se fatte senza pensarci troppo. In quei giorni la casa non è solo funzione: è atmosfera, è memoria, è accoglienza. Fuori, poi, le città recitano la loro parte con grande maestria. Le luminarie non si limitano a decorare: ridisegnano volumi, sottolineano geometrie, reinterpretano le facciate. Un arco illuminato, una strada che si stringe tra luci sospese, una piazza che si accende diventando un punto di ritrovo… tutto questo crea scenografie temporanee che durano poche settimane, ma che riescono a dare un’identità forte al luogo e al tempo. È architettura effimera, certo, ma capace di evocare emozioni profonde. Oggi questa magia è resa possibile anche dalla tecnologia: LED, materiali sicuri, strutture leggere ma solide, sistemi smart che permettono di illuminare in modo sostenibile. Dietro a un effetto poetico c’è spesso un lavoro tecnico importante, una progettazione che unisce estetica e ingegneria. E forse è proprio questa combinazione – il dialogo continuo tra ciò che si vede e ciò che sorregge ciò che si vede – a rendere affascinante la trasformazione degli spazi durante il Natale. Ogni anno, osservando questo cambiamento, mi ricordo perché faccio questo mestiere. L’architettura non vive soltanto nelle grandi opere o nei progetti complessi: vive anche in questi piccoli gesti collettivi, nelle scelte intuitive che ciascuno fa quando vuole rendere un luogo più accogliente, più suo, più carico di significato. Progettare significa creare possibilità: possibilità di incontro, di bellezza, di memoria condivisa. E il Natale, con la sua capacità di trasformare gli spazi e di farci sentire parte di qualcosa, lo ricorda in modo particolarmente chiaro.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

Sheffield, dove il passato incontra il futuro: dialoghi architettonici in una città che cambia

Sheffield è una città dalla doppia anima. Camminando per il suo centro si percepisce subito come il tessuto urbano alterni, quasi senza soluzione di continuità, eleganti edifici vittoriani e strutture industriali riconvertite a costruzioni moderne dal linguaggio architettonico più audace. È una città che non ha scelto di cancellare il proprio passato, ma neppure di rimanerne prigioniera: preferisce far convivere memoria e innovazione, e in questa tensione trova la propria identità più autentica. Gli edifici storici raccontano l’epoca in cui Sheffield era una potenza industriale. La Town Hall, con la sua architettura decorativa di fine Ottocento, è un manifesto civico che parla di un’epoca di fiducia nel progresso e di orgoglio municipale. Endcliffe Hall, con la monumentalità delle residenze private vittoriane, mostra invece la ricchezza di una borghesia industriale che costruiva case come simboli di successo economico e sociale. E poi ci sono i siti come l’Abbeydale Industrial Hamlet, testimonianze preziose di un passato manifatturiero che non solo ha segnato il paesaggio, ma ha letteralmente costruito la città e la sua cultura.

A questa eredità si affianca una Sheffield nuova, consapevole che il linguaggio del XXI secolo deve parlare di sostenibilità, ricerca e trasformazione. In questo senso il ruolo dell’università è determinante: molti degli edifici contemporanei più interessanti nascono proprio nel campus. The Diamond ne è l’esempio più emblematico. Realizzato nel 2015 come hub della facoltà di Ingegneria, è un edificio che non cerca di mimetizzarsi, ma nemmeno di imporsi in modo arrogante. La sua facciata geometrica, ispirata anche ai motivi tradizionali dell’architettura locale, crea un equilibrio fra modernità e contesto urbano. All’interno, spazi flessibili, laboratori e aree di studio mostrano quanto la funzionalità contemporanea richieda nuove forme, nuove idee e nuovi rapporti con la luce e con il comfort.

Anche il Winter Garden, con la sua grande struttura in legno e vetro, testimonia un’altra direzione della modernità: la necessità di inserire natura e qualità ambientale nella vita urbana. Non è solo un esercizio formale, ma un gesto sociale, un segno di accoglienza e di apertura. Edifici come l’Arts Tower o la Western Bank Library ricordano invece la modernità del secondo dopoguerra: linee pulite, superfici vetrate, volumi razionali. Questi edifici costituiscono un ponte temporale tra la Sheffield industriale e quella contemporanea.

Da architetto, ciò che trovo più interessante è proprio il dialogo – a volte armonioso, altre volte più conflittuale – che si crea fra questi mondi. Le città vive sono stratificate, e Sheffield abbraccia questa stratificazione senza timore. Il rischio, come sempre, è l’eccesso: un edificio contemporaneo troppo autoreferenziale può disturbare l’equilibrio urbano, mentre una conservazione troppo rigida può impedire la crescita e l’innovazione. Qui, però, si nota un tentativo costante di mediazione: che si tratti di reinterpretare pattern storici, di adeguare le scale o di usare materiali che richiamano la tradizione locale, la città sembra voler coltivare una continuità, pur accettando di cambiare volto.

In definitiva, la forza di Sheffield sta proprio nel suo mostrarsi così com’è: una città che porta sulla pelle i segni del XIX secolo e allo stesso tempo si proietta, con coraggio, nelle esigenze del presente. La presenza simultanea di edifici storici, parchi urbani e di architetture contemporanee come The Diamond non è una contraddizione, ma un racconto di identità. Ed è forse questo che più conquista: non la perfezione formale, ma la sincerità di una città che cresce senza dimenticare ciò che è stata.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

English Version

Sheffield, Where Past Meets Future: Architectural Dialogues in a Changing City

Sheffield is a city with a dual soul. Walking through its centre, you immediately sense how the urban fabric alternates—almost seamlessly—between elegant Victorian buildings and industrial structures transformed into modern constructions with bold architectural vocabularies. It is a city that has chosen neither to erase its past nor to remain imprisoned by it: instead, it allows memory and innovation to coexist, and in this tension it finds its most authentic identity.

The historic buildings speak of the era when Sheffield was an industrial powerhouse. The Town Hall, with its decorative late-nineteenth-century architecture, is a civic manifesto that evokes a time of faith in progress and strong municipal pride. Endcliffe Hall, with the monumentality of Victorian private residences, reflects the wealth of an industrial bourgeoisie that built houses as symbols of economic and social success. And then there are sites like the Abbeydale Industrial Hamlet, precious witnesses to a manufacturing past that not only shaped the landscape but quite literally built the city and its culture.

Alongside this heritage stands a new Sheffield, aware that the architectural language of the twenty-first century must speak of sustainability, research, and transformation. In this sense, the role of the university is crucial: many of the most interesting contemporary buildings emerge from the campus itself. The Diamond is the most emblematic example. Completed in 2015 as a hub for the Faculty of Engineering, it is a building that neither tries to blend in nor to impose itself arrogantly. Its geometric façade, inspired in part by traditional local architectural motifs, creates a balance between modernity and its urban surroundings. Inside, flexible spaces, laboratories, and study areas demonstrate how contemporary functionality requires new forms, new ideas, and new relationships with light and comfort.

The Winter Garden, with its large timber-and-glass structure, represents yet another direction in modernity: the need to bring nature and environmental quality into urban life. It is not merely a formal exercise, but a social gesture—a symbol of welcome and openness. Buildings such as the Arts Tower or the Western Bank Library, instead, recall the modernity of the post-war period: clean lines, glazed surfaces, rational volumes. These buildings form a temporal bridge between industrial Sheffield and its contemporary counterpart.

As an architect, what I find most fascinating is precisely the dialogue—at times harmonious, at times more conflictual—that arises between these worlds. Living cities are layered, and Sheffield embraces this layering without fear. The risk, as always, lies in excess: a contemporary building that is too self-referential can disrupt the urban balance, while overly rigid preservation can prevent growth and innovation. Here, however, one perceives a constant effort at mediation: whether through the reinterpretation of historical patterns, the adjustment of scales, or the use of materials that echo local traditions, the city seems intent on cultivating continuity, even as it accepts a changing face.

Ultimately, Sheffield’s strength lies in presenting itself exactly as it is: a city that carries the marks of the nineteenth century on its skin while boldly projecting itself toward the needs of the present. The simultaneous presence of historic buildings, urban parks, and contemporary architecture such as The Diamond is not a contradiction but a narrative of identity. And perhaps this is what is most captivating: not formal perfection, but the sincerity of a city that grows without forgetting what it has been.

Arch. Eng. Antonio D’Onofrio

Pannellature di rivestimento: come stanno cambiando il modo di ristrutturare gli interni

Negli ultimi anni, sempre più persone si sono avvicinate al mondo delle ristrutturazioni cercando soluzioni che permettano di trasformare gli ambienti senza affrontare lavori invasivi, lunghi o stressanti. In questo contesto le pannellature di rivestimento hanno assunto un ruolo da protagoniste, grazie alla loro capacità di rinnovare completamente l’aspetto di una parete — e di conseguenza dell’intero spazio — in modo rapido, pulito e sorprendentemente versatile. È affascinante osservare come un intervento apparentemente semplice possa incidere così tanto sulla percezione di un ambiente, rendendolo più accogliente, più moderno o semplicemente più adatto allo stile di vita di chi lo abita.

 

La forza delle pannellature sta nella loro immediatezza: si installano a secco, senza intonaci e senza le lunghe attese tipiche delle finiture tradizionali. Questo significa meno polvere, meno rumore e soprattutto tempi ridotti, un aspetto sempre più apprezzato sia da chi vive in casa durante i lavori sia da chi, ad esempio nel settore commerciale, non può permettersi lunghe chiusure. Ma la rapidità è solo uno dei vantaggi. Le pannellature hanno iniziato a diffondersi capillarmente perché offrono un numero quasi infinito di soluzioni estetiche. Esistono pannelli che riproducono fedelmente venature di legno caldo e materico, superfici in pietra, resine dall’effetto contemporaneo, finiture tridimensionali pensate per catturare la luce, o ancora superfici laccate e decorative che ben si inseriscono in ambienti più eleganti. Questa varietà consente di personalizzare gli spazi in modo molto più preciso rispetto alla semplice tinteggiatura, soprattutto quando si desidera creare un punto focale o un’atmosfera particolare. Un aspetto spesso sottovalutato, ma molto rilevante, riguarda il comfort. Una pannellatura, infatti, non è solo un elemento estetico: alcune tipologie migliorano l’isolamento acustico, altre contribuiscono all’isolamento termico, altre ancora consentono di nascondere imperfezioni, cablaggi o vecchie superfici che richiederebbero interventi invasivi per essere sistemate. E questo vale sia nelle case più datate sia in locali commerciali che hanno bisogno di un aggiornamento continuo dell’immagine. La possibilità di coprire pareti irregolari o superfici danneggiate senza demolire rappresenta un vantaggio pratico ed economico che negli ultimi tempi molti stanno imparando a valorizzare. Anche la manutenzione è un tema importante. Gran parte dei pannelli oggi in commercio è pensata per essere resistente, facilmente lavabile e duratura nel tempo. Questo li rende particolarmente adatti a zone come ingressi, cucine, bagni o spazi ad alto transito, dove l’estetica va necessariamente accompagnata da una certa funzionalità. È uno dei motivi per cui le pannellature sono sempre più presenti anche in hotel, uffici e negozi, dove il rapporto tra effetto visivo e praticità d’uso è fondamentale. Dietro questa crescita non c’è solo una tendenza estetica, ma anche una nuova sensibilità verso il modo in cui viviamo gli interni. Le persone cercano soluzioni che migliorino la quotidianità, che permettano di intervenire rapidamente e che diano un’identità precisa agli spazi, senza necessariamente affrontare cantieri complessi. Le pannellature soddisfano pienamente questa esigenza: sono un equilibrio tra design e funzionalità, semplicità e innovazione.

Personalmente, vedo nelle pannellature un alleato prezioso. Le considero uno strumento capace di dare forma a idee progettuali anche molto differenti tra loro: dalla parete protagonista che racconta una storia, alla superficie che armonizza un ambiente, fino alla soluzione tecnica che migliora comfort e prestazioni senza stravolgere la struttura esistente. Trovo particolarmente interessante come un semplice pannello possa cambiare il rapporto tra luce e spazio, come possa dare profondità a una stanza o renderla più accogliente. È un approccio progettuale che combina estetica, intelligenza costruttiva e rispetto per i tempi e le esigenze dei clienti. In definitiva, credo che l’evoluzione delle pannellature rappresenti un passo naturale nel modo contemporaneo di concepire la ristrutturazione. Non sono solo un “rivestimento”, ma un linguaggio nuovo, una possibilità in più per raccontare un ambiente e per costruire spazi che parlino davvero di chi li vive. E, dal mio punto di vista, è proprio questa capacità di unire bellezza, funzionalità e velocità d’intervento a renderle una delle soluzioni più stimolanti del nostro tempo.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

L’importanza dei colori nella ristrutturazione di un appartamento: come le scelte cromatiche trasformano gli spazi

Quando si parla di ristrutturazione, la mente corre subito a impianti, materiali, distribuzione degli spazi e arredi. Il colore, invece, rischia spesso di essere relegato in secondo piano: considerato un dettaglio estetico da definire alla fine. Eppure, chi progetta gli spazi sa bene che le tinte rappresentano un elemento progettuale fondamentale, capace di incidere sulla percezione, sulla funzionalità e persino sull’equilibrio emotivo di chi abita la casa. In un appartamento ristrutturato, il colore non è un semplice rivestimento delle pareti: è una vera e propria componente architettonica, che amplifica o riduce volumi, armonizza materiali e arredi, modula la luce e contribuisce a costruire una storia visiva coerente. Uno degli aspetti più affascinanti del colore è la sua capacità di modificare la percezione dello spazio senza alcun intervento strutturale. In un appartamento di dimensioni ridotte, ad esempio, l’uso di tonalità chiare come bianco, avorio o tortora può ampliarne visivamente i volumi, rendendo le stanze più luminose e ariose grazie alla capacità di riflettere la luce. Questo effetto risulta ancora più evidente se le pareti sono abbinate a pavimentazioni chiare e a un’illuminazione diffusa. Al contrario, le tonalità scure – grigio antracite, blu notte, verde bosco – “raccolgono” lo spazio, conferendogli profondità e aggiungendo un senso di intimità. Sono scelte perfette per living generosi, camere da letto accoglienti o nicchie architettoniche che si desidera valorizzare. Il colore può anche riordinare visivamente un ambiente: evidenziare una parete significa creare un punto focale, utile soprattutto in spazi irregolari o con volumetrie complesse.

 

 

La progettazione di un appartamento non riguarda solo lo spazio fisico ma anche quello emotivo. Ogni colore trasmette un linguaggio che può influenzare il nostro stato d’animo. Blu: rilassante, favorisce il riposo e la chiarezza mentale. Ottimo per camere e bagni. Verde: equilibrato e naturale, richiama quiete e concentrazione. Ideale in studio o in zone giorno. Giallo: energico, stimola creatività e buon umore. Perfetto per cucine, ingressi e aree dinamiche. Rosso e aranciati: vivaci e caldi, da utilizzare in accenti per non caricare eccessivamente lo spazio. Neutri: trasmettono calma e continuità, creano basi eleganti e senza tempo.

 

 

Conoscere il potere psicologico delle tonalità permette di scegliere palette in grado di sostenere le esigenze quotidiane degli abitanti: una casa non deve solo apparire bella, deve essere vivibile e favorire benessere e comfort. La scelta di un colore non può prescindere dal contesto in cui si inserisce. La tinta viene infatti percepita in rapporto a ciò che la circonda. Una parete grigio caldo, accanto a pavimenti in rovere naturale, assume una connotazione morbida e avvolgente. Lo stesso colore, abbinato a superfici lucide o metalli freddi, appare invece più deciso e contemporaneo. La luce naturale può far virare un beige verso il rosato o il giallastro; una luce LED fredda può rendere un bianco sterile, mentre una luce calda lo rende più accogliente. Per questo, durante la progettazione è fondamentale, inserire il modello tridimensionale nello spazio geografico reale, al fine di determinare l’incidenza della luce solare, non solo osservandola in diverse ore del giorno, ma anche nei diversi mesi dell’anno. E’ davvero importante valutare le tinte nella luce reale dell’appartamento, poiché i colori non sono mai assoluti: sono il risultato di un’interpretazione visiva influenzata da molte variabili.

 

 

Oggi vediamo affermarsi palette ispirate alla natura: verde salvia, terracotta, ocra, tabacco. Queste tonalità sono amate perché trasmettono equilibrio e continuità, e si integrano facilmente con materiali naturali come legno, pietra e fibre tessili. Tuttavia, seguire ciecamente una moda può essere rischioso. Le tendenze vanno interpretate alla luce del carattere dell’appartamento, del suo livello di luminosità e, soprattutto, della personalità di chi lo abita. Il colore migliore non è quello “di tendenza”, ma quello che crea il giusto compromesso tra estetica, funzionalità ed emozione. Dopo anni di esperienza nella ristrutturazione di appartamenti, posso dire con convinzione che il colore è uno degli strumenti progettuali più potenti e allo stesso tempo più sottovalutati. Spesso della mia professione, mi trovo a mostrare ai clienti quanto una semplice scelta cromatica possa cambiare completamente la percezione di uno spazio, valorizzare un dettaglio architettonico o correggere proporzioni difficili senza alcun intervento invasivo. Il colore è tecnica, certo, ma è anche emozione, memoria, identità. È ciò che rende una casa davvero “abitata” e non solo ben progettata. Per questo motivo, quando ristrutturo un appartamento, considero la palette cromatica non come l’ultimo tassello del percorso, ma come uno degli elementi fondativi del progetto. Ogni scelta di superficie, arredo o illuminazione entra in relazione con le tinte, e il risultato finale è un ambiente che funziona, accoglie e racconta chi lo vive.

 

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

Travi reticolari con corrente inferiore a perdere: efficienza costruttiva e integrazione strutturale

Negli ultimi anni, le travi reticolari con corrente inferiore a perdere hanno conquistato un ruolo sempre più rilevante nelle costruzioni a grandi luci, soprattutto in ambito industriale, direzionale e multipiano. La loro diffusione non è casuale: si tratta di una soluzione capace di coniugare prestazioni elevate, rapidità di montaggio e grande flessibilità per la gestione degli impianti. È un sistema che nasce dall’integrazione intelligente tra acciaio e calcestruzzo, riuscendo a trasformare un elemento tipico dell’officina metallica in un componente ibrido molto performante.

A differenza delle travi reticolari tradizionali, qui il corrente inferiore non viene considerato un elemento provvisorio, ma entra a far parte a pieno titolo della sezione strutturale finale. Rimane inglobato nel getto del solaio, diventando contemporaneamente armatura tesa e casseratura permanente. Questo accorgimento elimina molte delle operazioni che richiederebbero tempo in cantiere, a partire dalla realizzazione della cassaforma inferiore: un vantaggio che si traduce in lavori più rapidi, meno puntellazioni e una maggiore sicurezza durante le fasi di montaggio. Dal punto di vista strutturale, il comportamento risulta particolarmente favorevole. La reticolare consente di distribuire gli sforzi con grande efficienza, riducendo il peso proprio senza sacrificare la capacità portante. In esercizio, l’azione combinata acciaio–calcestruzzo permette di ottenere sezioni resistenti, rigide e controllate dal punto di vista deformativo. L’adozione dei criteri degli Eurocodici 3 e 4 consente inoltre di modellare la struttura tenendo conto delle diverse fasi costruttive e degli effetti differiti del calcestruzzo, garantendo un dimensionamento accurato e coerente con le normative europee.

Uno degli aspetti più apprezzati dai progettisti riguarda la gestione degli impianti. La geometria aperta del reticolo facilita il passaggio delle canalizzazioni, consentendo spesso di rinunciare a controsoffitti ingombranti o a soluzioni tecniche complesse. In edifici direzionali moderni, dove la densità impiantistica è elevata e lo spazio è prezioso, questo vantaggio è decisivo. Anche nei capannoni logistici, nei parcheggi sopraelevati o nelle strutture multipiano in acciaio, la possibilità di integrare impianti e travi in modo naturale porta a una semplificazione significativa del layout complessivo.

Un altro punto di forza è il rapporto costi–benefici. Pur richiedendo una produzione metallica accurata, il sistema permette di risparmiare in molte altre fasi del processo costruttivo: meno materiali di casseratura, meno opere provvisionali, tempi di montaggio ridotti e una logistica più semplice. Nei progetti di larga scala, questi risparmi diventano determinanti e giustificano l’adozione del sistema anche in contesti economicamente competitivi. Per tutti questi motivi, le travi reticolari con corrente inferiore a perdere si stanno affermando come una delle soluzioni più moderne e funzionali per edifici che richiedono grandi luci, rapidità di realizzazione e una forte integrazione tra struttura e impianti. Una tecnologia che interpreta bene le esigenze dell’edilizia contemporanea, sempre più orientata a sistemi leggeri, veloci e capaci di adattarsi alle sfide progettuali di oggi.

Da ingegnere, considero le travi reticolari con corrente inferiore a perdere una soluzione che merita attenzione non solo per le prestazioni, ma per la coerenza con il modo in cui oggi si dovrebbe progettare: integrando struttura, impianti e processi costruttivi in un unico sistema. L’esperienza maturata in cantiere e in fase progettuale mi ha mostrato come questa tecnologia riesca a semplificare realmente le opere, ridurre gli imprevisti e migliorare la qualità del risultato finale. In un settore in cui efficienza, affidabilità e rapidità sono sempre più cruciali, ritengo che queste travi rappresentino una risposta matura e tecnicamente evoluta alle esigenze delle costruzioni moderne.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

L’ingegneria al servizio dell’architettura: equilibrio tra tecnica e memoria nelle opere storiche

L’ingegneria e l’architettura sono due linguaggi diversi che da sempre dialogano tra loro. L’una nasce dalla necessità di garantire stabilità, sicurezza e funzionalità; l’altra dal desiderio di dare forma e significato allo spazio. Quando queste discipline si incontrano, soprattutto nell’ambito dell’edilizia storica, il risultato dipende dall’equilibrio tra rigore tecnico e sensibilità culturale. Intervenire su un edificio antico non è mai un semplice esercizio di calcolo o un gesto estetico: è un atto di responsabilità verso la memoria collettiva. Ogni pietra, ogni crepa e ogni aggiunta raccontano una storia che deve essere compresa prima di essere modificata. La domanda che guida ogni professionista dovrebbe quindi essere: come può l’ingegneria contemporanea dialogare con la storia senza snaturarla?

L’ingegnere affronta l’edificio come un sistema complesso di equilibri statici, materiali e forze. Nel contesto del costruito storico, il suo compito non è solo calcolare o consolidare, ma comprendere il comportamento globale della struttura e i principi costruttivi originari. Ogni arco, volta o muratura portante racchiude soluzioni tecniche spesso raffinate, frutto di conoscenze empiriche tramandate nei secoli.

Un intervento strutturale ben progettato deve rispettare questo equilibrio, intervenendo dove serve, ma con la minima invasività possibile. Le tecniche di consolidamento e miglioramento sismico offrono oggi strumenti avanzati — come materiali compositi, rinforzi in fibra di carbonio o sistemi di monitoraggio digitale — ma l’obiettivo non deve mai essere quello di sovrapporre la tecnologia alla storia. La vera sfida dell’ingegnere è rendere la sua opera invisibile ma efficace.

L’architettura storica non è solo un insieme di muri e coperture: è la testimonianza tangibile di un’epoca, di una cultura, di un sapere costruttivo. Intervenire su di essa significa entrare in relazione con la storia, riconoscendo il valore del tempo e delle trasformazioni che l’edificio ha subito.

Il restauro conservativo, secondo i principi teorizzati da Cesare Brandi e sanciti dalla Carta di Venezia (1964), invita a rispettare la materia originale e l’autenticità del bene, intervenendo solo dove necessario e in modo riconoscibile e reversibile. In questo contesto, la figura dell’ingegnere assume una dimensione etica oltre che tecnica: ogni scelta di rinforzo, sostituzione o adeguamento impiantistico deve essere ponderata alla luce del valore storico e artistico dell’opera.

In un progetto di intervento sull’esistente, la collaborazione tra architetto e ingegnere non è un optional, ma la condizione stessa del successo. L’architetto porta la visione, la sensibilità per la forma, per la luce e per la memoria dei luoghi. L’ingegnere offre la capacità di tradurre quella visione in equilibrio strutturale e durabilità. Il punto di incontro sta nella comprensione reciproca: l’ingegnere che sa “leggere” un edificio storico come organismo architettonico, e l’architetto che sa accogliere le esigenze statiche e tecnologiche come parte del progetto. Quando questo dialogo è autentico, il risultato è un intervento coerente, rispettoso e sostenibile nel tempo. L’Italia offre esempi straordinari di interventi in cui ingegneria e architettura hanno lavorato in sinergia. Il Colosseo di Roma, ad esempio, ha visto negli ultimi decenni un’importante campagna di consolidamento e restauro che ha saputo unire rigore tecnico e rispetto filologico, utilizzando materiali compatibili e tecniche reversibili. Analogamente, il Ponte di Rialto a Venezia è stato oggetto di un complesso intervento di restauro strutturale che ha mantenuto inalterata la forma storica, garantendo al tempo stesso sicurezza e durabilità. In molti centri storici italiani, l’introduzione di rinforzi in fibra di basalto o acciaio inossidabile è stata realizzata in modo discreto, senza alterare le superfici o l’aspetto degli edifici. Sono esempi di una “ingegneria silenziosa”, capace di tutelare l’identità architettonica senza rinunciare alla sicurezza.

Personalmente, come professionista che ha avuto il privilegio di formarsi in entrambe le discipline — l’architettura e l’ingegneria — ho imparato che l’equilibrio tra le due non si trova nei manuali, ma nel cantiere, nel contatto diretto con la materia e con la storia. Ogni intervento su un edificio esistente è un dialogo delicato tra logica e sensibilità: da una parte la necessità di garantire stabilità e sicurezza, dall’altra il dovere di preservare la bellezza e l’autenticità di ciò che ci è stato consegnato. Quando l’ingegnere in me calcola, l’architetto osserva; quando l’architetto sogna, l’ingegnere misura.

Solo integrando questi due sguardi si può davvero operare nel rispetto del patrimonio storico, con soluzioni che non impongano la contemporaneità, ma la accompagnino con discrezione.

Arch. Ing. Antonio D’Onofrio

ADStudio D’ONOFRIO di Roma ha ricevuto il Best of Houzz 2022

ADStudio D’ONOFRIO di Roma ha ricevuto il Best of Houzz 2022
Il premio Best of Houzz 2022 riconosce i professionisti della casa con le migliori recensioni e i design più popolari tra la community di Houzz
Roma, 26 gennaio 2022 – Lo Studio di Architettura ADStudio D’ONOFRIO di Roma ha vinto il premio Best of Houzz Service su Houzz®, la piattaforma leader globale per il design e la ristrutturazione d’interni e d’esterni. Lo Studio in oggetto è stato scelta da milioni di utenti che popolano la community di Houzz tra gli oltre 2,7 milioni di professionisti del mondo del design di interni e della ristrutturazione.
“Best Of Houzz 2022” appare sul profilo dei vincitori con dei badge dedicati, come segno dell’eccellenza raggiunta. Questi premi aiutano gli oltre 65 milioni di proprietari di casa e amanti del design a identificare i professionisti più seguiti, apprezzati e con le migliori recensioni per i loro progetti.
“Abbiamo lanciato i premi Best of Houzz dieci anni fa per valorizzare il lavoro dei professionisti più talentuosi e orientati alla soddisfazione clienti del nostro settore”, spiega Liza Hausman, vice presidente di Industry Marketing per Houzz. “Quando i proprietari della casa visitano Houzz per trovare professionisti ai quali affidare i loro progetti, i badge Best of Houzz li aiutano nella loro decisione perché sono un emblema di fiducia e credibilità. Siamo estremamente fieri dei vincitori e delle vincitrici di quest’anno: molti di loro hanno vinto varie volte e siamo felici di conferire loro questo riconoscimento e offrire loro una piattaforma dove mostrare i propri lavori.”
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by ADStudio D’Onofrio